Perché gli appaltatori pubblici dovrebbero scegliere prodotti certificati Ecolabel UE?
- 13 ott 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 27 ott 2025
Indicazioni e trend per la PA europea, con focus su Italia e cleaning professionale
Bruxelles/online, 10 ottobre 2025

Il webinar della Commissione europea ha ribadito un messaggio netto: l’EU Ecolabel è una scorciatoia credibile e già disponibile per rendere più verdi, più semplici e più efficaci gli acquisti pubblici. I relatori di Commissione, JRC e organismi competenti hanno mostrato come i criteri basati su evidenze scientifiche e la verifica di terza parte consentano alle stazioni appaltanti di individuare con immediatezza soluzioni “best in class”, alleggerendo gli oneri istruttori. In apertura è stato ricordato il potenziale sistemico del public procurement: se anche solo una parte del 14% del PIL dell’UE che transita ogni anno attraverso gli acquisti pubblici spingesse in modo coerente l’offerta sostenibile, l’impatto sarebbe trasformativo; tanto più in un mercato che già offre oltre 110.000 prodotti EU Ecolabel e che supera le 220.000 referenze considerando anche altri schemi di Tipo I.
Il quadro europeo: cosa cambia
Nel segmento “Policy pulse: come le politiche dell'UE stanno promuovendo gli acquisti sostenibili e il ruolo del marchio di qualità ecologica dell'UE” è arrivato il chiarimento più atteso: l’uso dei label ambientali ufficialmente riconosciuti è pienamente compatibile con le direttive europee sugli appalti, e la revisione in corso punta a rimuovere ogni tecnicismo che, in alcuni casi, ha frenato l’adozione sul campo. L’obiettivo dichiarato è “cristallizzare” nella nuova disciplina che i label possono essere sempre utilizzati come prova di conformità, chiudendo il gap del Green Public Procurement e valorizzando chi innova davvero. La Commissione ha annunciato e incoraggiato la partecipazione alla consultazione pubblica collegata al pacchetto di revisione.
Il messaggio operativo per i RUP è pragmatico: se non si chiede, non si ottiene. Quando la PA esplicita aspettative ambientali solide, il mercato risponde; e i label di Tipo I riducono al minimo gli attriti di verifica, smentendo il luogo comune del “verde = più costoso” grazie a risparmi nel ciclo di vita (uso, energia, acqua) documentati nelle esperienze presentate.
Dal campo: cosa funziona davvero nel procurement
Nella sessione “Approvvigionamento in azione: storie vere, impatto reale” amministrazioni e operatori hanno mostrato che l’integrazione dei label in gara è possibile e produce risultati: dall’uso sistematico di specifiche tecniche e clausole di esecuzione all’adozione di criteri premianti che spingono l’offerta più performante, fino al coordinamento della domanda e al dialogo di mercato per ampliare la disponibilità di prodotti e servizi certificati. È emersa anche un’indicazione utile per i buyer pubblici: quando la sostenibilità rimane solo un requisito formale, senza un peso adeguato nella griglia di valutazione, si perdono opportunità; al contrario, l’assegnazione di punteggi coerenti con le prestazioni ambientali accelera l’innovazione senza compromettere la concorrenza.
Dal JRC alla gara: come passare “dai criteri ai contratti”
La chiusura affidata al Joint Research Centre ha messo a disposizione il tassello mancante: guide pratiche GPP di circa dieci pagine, pensate “per chi deve scrivere i capitolati”, con campo di applicazione, CPV, hotspot ambientali, confronto con altri schemi ISO 14024 e – soprattutto – esempi di specifiche tecniche, criteri premianti e clausole di esecuzione, accompagnati dai relativi metodi di verifica. Le guide sono utilizzabili in due modi: chiedendo direttamente prodotti/servizi EU Ecolabel, con conformità dimostrata “by default”, oppure attingendo ai criteri come fonte di ispirazione e ricorrendo – quando necessario – a prove equivalenti.
Focus Italia e comparto del cleaning professionale
L’Italia è stata presentata come caso avanzato per l’uso di schemi di Tipo I nel cleaning professionale: l’obbligatorietà dei criteri ambientali nei contratti pubblici ha favorito l’adozione della certificazione EU Ecolabel per i servizi di pulizia indoor, riconosciuta nei bandi come valore aggiunto e spinta anche da amministrazioni che l’hanno introdotta inizialmente in premialità. Dal 2018 la domanda si è ampliata: dopo una prima fase guidata dai player maggiori, anche le PMI hanno cercato la certificazione per competere nelle gare, con tempi medi di rilascio in Italia nell’ordine di tre–quattro mesi indicati dagli esperti intervenuti. I protocolli di servizio conformi ai livelli più ambiziosi – scelta dei prodotti idonei, dosaggi, microfibra, formazione e tracciabilità – riducano gli impatti ambientali (CO₂, acqua, rifiuti) e ottimizzano i costi operativi rispetto al “business as usual”, come evidenziato da un esercizio LCA e LCC comparativo citato in chiusura.
Perché è una scelta “win–win” per la PA
Dalle parole di apertura è arrivata la sintesi del “perché”: i criteri EU Ecolabel sono robusti, trasparenti e verificati da terzi; per i buyer pubblici, ciò significa semplificazione della verifica (la certificazione vale come prova), ampia disponibilità di mercato con categorie che includono anche la pulizia indoor, e coerenza con le principali politiche europee su competitività e transizione verde oggi in evoluzione. In altre parole: meno burocrazia, più risultati, e un segnale di domanda capace di orientare l’offerta.
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