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Infezioni nelle RSA: il rapporto ISS e l'igiene ambientale

  • 3 ago
  • Tempo di lettura: 4 min

L'Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato il Rapporto ISTISAN 26/12, con i risultati della quarta indagine di prevalenza puntuale sulle infezioni correlate all'assistenza (ICA) e sull'uso di antimicrobici nelle residenze sanitarie assistenziali italiane.

L'indagine, denominata HALT4, rientra nella sorveglianza coordinata dall'ECDC e si è svolta su base volontaria. Hanno partecipato 470 strutture di 18 Regioni e Province autonome, per 31.670 residenti eleggibili. I dati sono stati raccolti tra giugno e luglio 2024 e pubblicati a luglio 2026.


Una popolazione fragile e un carico assistenziale elevato

Le strutture partecipanti avevano in media 71 posti letto e un tasso di occupazione medio del 94,4%. Il rapporto stima in circa 270.000 i residenti nelle RSA sull'intero territorio nazionale.

Guardando le frequenze mediane per struttura, il 56,0% dei residenti aveva più di 85 anni, il 64,2% presentava disorientamento nel tempo o nello spazio, il 69,4% era allettato o non autonomo nella deambulazione e il 79,8% presentava incontinenza urinaria o fecale. L'esposizione a procedure invasive è invece contenuta: la mediana dei residenti con catetere urinario si ferma all'8,5%.

Incontinenza, mobilità ridotta e disorientamento comportano, sul piano organizzativo, esigenze particolarmente rilevanti di igiene personale e degli ambienti.


Le infezioni rilevate

Nel giorno della rilevazione 826 residenti, pari al 2,6%, presentavano almeno un'infezione correlata all'assistenza, per un totale di 874 infezioni. Le infezioni hanno riguardato soprattutto il tratto urinario (37,8%), le vie respiratorie (33,3%) e la cute o altre ferite (13,7%). Le infezioni gastrointestinali rappresentavano il 3,2% del totale, con sei casi attribuiti a Clostridioides difficile.

Il confronto con l'indagine HALT3 del 2016-2017, che registrava una prevalenza del 3,9%, va maneggiato con prudenza. Le definizioni di caso adottate da HALT4 escludono infezioni riconducibili a precedenti permanenze in altre strutture sanitarie, quota che in HALT3 valeva circa il 20%. Gli autori scrivono che la riduzione residua non ha spiegazioni oggettive e la classificano come osservazione positiva, non come effetto di una misura identificata.


Antimicrobici e resistenze

Il 2,9% dei residenti era in trattamento con almeno un antimicrobico. Complessivamente sono stati registrati 959 trattamenti, nell'88,1% dei casi a scopo terapeutico e nell'11,9% a scopo profilattico. Secondo la classificazione AWaRe dell'OMS, circa il 33% degli antibiotici apparteneva alla categoria Access, il 65% alla categoria Watch e il 2% a Reserve.

Gli accertamenti microbiologici hanno riguardato una minoranza delle infezioni registrate: sono stati richiesti 282 esami, 260 dei quali positivi, con l'identificazione di 342 microrganismi. I più frequenti sono Escherichia coli (24,0%), Klebsiella pneumoniae (15,2%) e Proteus mirabilis (12,0%). Dei 286 isolati sottoposti alla valutazione di suscettibilità prevista dal protocollo, 132 sono risultati resistenti ad almeno una classe di antibiotici: il 46,2% dei testati, pari al 38,6% dei 342 isolati complessivi.

Tra i 198 Enterobacterales isolati, 84 erano resistenti alle cefalosporine di terza generazione e 34 ai carbapenemi. Tra le Klebsiella spp., 16 isolati su 55 risultavano resistenti ai carbapenemi.


Protocolli diffusi, assetti organizzativi meno omogenei

La disponibilità di documenti scritti è molto diffusa: 462 strutture dichiarano un protocollo per l'igiene delle mani, 452 per i cateteri urinari, 420 per i cateteri venosi e 382 per la gestione di MRSA e altri microrganismi resistenti. Il rapporto rileva inoltre protocolli specifici per la gestione dei focolai gastrointestinali nel 70,3% delle strutture e dei focolai respiratori nel 71,5%.

Le risorse e gli assetti organizzativi che sostengono questi protocolli risultano meno diffusi. Personale specificamente formato in prevenzione e controllo delle infezioni è presente in 280 strutture, una commissione dedicata in 139, un programma di sorveglianza delle ICA in 209. Una sessione formativa sull'igiene delle mani rivolta agli operatori sanitari della struttura, nell'anno precedente, è stata organizzata dal 67,0% delle RSA, mentre 462 strutture dichiaravano la disponibilità del relativo protocollo scritto.

C'è poi un dato che riguarda l'assetto organizzativo: nel 41,8% delle strutture l'attività medica non ha alcun coordinamento, né interno né esterno.

Sul fronte dell'igiene delle mani emerge un cambiamento nelle pratiche dichiarate. La soluzione idroalcolica risulta il metodo prevalente nel 74,5% delle strutture, contro il 57,7% di HALT3; il lavaggio con sapone non antisettico scende dal 23,7% al 12,3% e quello con sapone antisettico dal 17,7% al 12,8%. Il dato descrive la scelta dichiarata dalle strutture, non una quota di mercato né un volume. La scheda di rilevazione chiedeva anche i litri di soluzione idroalcolica consumati nell'anno precedente, ma il rapporto non pubblica il valore aggregato.


Cosa se ne ricava, in concreto

Il rapporto non rileva specificamente la formazione degli addetti alla pulizia. Il divario osservato tra la disponibilità dei protocolli sull'igiene delle mani e lo svolgimento della relativa formazione offre tuttavia un'indicazione organizzativa utile anche per i servizi ambientali: in sede di gara e di capitolato è opportuno distinguere la semplice disponibilità dei documenti dalle evidenze relative alla formazione, all'applicazione delle procedure, agli audit e alla restituzione dei risultati.

Il fatto che nel 41,8% delle strutture non sia presente un coordinamento delle attività mediche segnala una possibile fragilità nella governance sanitaria. Il rapporto non consente però di sapere chi, nelle singole RSA, approvi e aggiorni le procedure di pulizia e disinfezione. Nei contratti e nei piani operativi è quindi opportuno individuare espressamente il referente del committente incaricato di approvare o formalmente condividere, per quanto di competenza, le procedure e di raccordarle alle indicazioni di prevenzione e controllo delle infezioni.


Il profilo di resistenza descritto dal rapporto non permette, da solo, di stabilire procedure o frequenze di pulizia. Nel contesto osservato, conferma tuttavia l’opportunità di evitare standard indistinti per l’intera struttura, differenziando le modalità operative in funzione delle aree e dei livelli di rischio.

Per i produttori, la maggiore diffusione della soluzione idroalcolica come metodo dichiarato di igiene delle mani richiama l'attenzione su un segmento nel quale l'inquadramento normativo e i requisiti di etichettatura dipendono dalle caratteristiche del prodotto, dalla funzione principale attribuita e dalle indicazioni utilizzate. La valutazione va effettuata caso per caso.


Un'ultima avvertenza sulla lettura dei dati. Il campione è di convenienza e l'adesione volontaria. Il rapporto segnala che solo per alcune Regioni il numero di strutture reclutate consente una lettura della situazione regionale: Piemonte, Lombardia, Veneto, Toscana, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia e Sicilia. Lazio, Campania e Calabria non hanno fornito strutture al campione richiesto da ECDC. Il quadro è indicativo del contesto nazionale, ma non consente di estendere la stessa solidità alle singole realtà regionali.



 
 

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